FRANCIA PAESI BASCHI SPAGNA – AGOSTO 2026
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Casco in testa ben allacciato, luci sempre accese, borse laterali, graditissimo dono dei pargoli, molto ben assicurate e fissate al sotto sella dello strepitoso X Adv 750 ed allora si può partire, senza una meta precisa, senza un itinerario prestabilito nei minimi dettagli, senza orario, senza un vero e proprio traguardo da raggiungere, il buon vecchio detto alla spera in Dio, vai dove ti porteranno le due ruote, questo è il credo che mi spinge verso nord est in una calorosa ed assolata alba di fine luglio.
Il primo sgranchimento delle articolazioni avviene nel piazzale del castello di Rivoli, mai trattato in precedenza e pertanto gradevolmente inserito nel sempre più colmo zaino di esperienze umane, turistiche, esperienziali, proseguo lungo la valle, tra un’infinità di caselli autostradali che appaiono sempre più come prelievi di una sanguisuga assetata, prima della vera e propria operazione di asportazione di un rene senza anestesia causa pedaggio del traforo del Frejus che mi lascia stupito e basito per i soli 12 chilometri sotto montani pagati a peso di cripto valute.
Lascio la Val di Susa senza grandi rimpianti, Salice d’Ulzio e Bardonecchia non mi colpiscono assolutamente, mi tengo ampiamente lontano dal maleodorante pensiero dei contestatori no Tav, apprezzando invece con ammirazione la maestosa Sacra di San Michele, straordinaria, spettacolare e quasi inquietante abbazia di spiritualità benedettina che dal XII secolo mostra al mondo intero cosa potrebbe essere in grado di realizzare l’uomo, se ispirato e volitivo.
Facendo riferimento alla memorabile citazione del grande Tommaso, lo “scollinamento” d’oltralpe mi dona la prima sorpresa di questo crazy trip, con un calo termico di 14 gradi ed una serie non gradita di attenzioni di Giove Pluvio, brillantemente contrastati dall’ottima tenuta della tuta Acerbis, provvidenzialmente acquistata pochi attimi prima della partenza.
Grenoble, mai vista una città con così tanti semafori, tra l’altro assolutamente non sincronizzati, merita il tempo di un club sandwich, di sette foto di numero al simbolo cittadino, una funivia sovrastante il sempre impetuoso fiume Isere, caratterizzata da cinque ovetti formato capsula eredita’ delle olimpiadi invernali del secolo scorso.
La pianura è piuttosto piatta, monotona, ripetitiva, senza alcuna ispirazione fotografica ed allora come non inventarsi un diversivo? Annoiato dal procedere sempre alla stessa andatura, gradita in occasione di tre come chiamano qua bouchon, che sarebbero incolonnamenti interminabili senza ragioni, motivi e spiegazioni, opto per la prima deviazione sul manto di bitume catramato, allungo di una cinquantina di chilometri, cosa volete che sia alla luce di quelli che saranno 942 a fine giornata, per visitare Avignone, trattata decinaia e decinaia di anni orsono, che lascia nel viandante, nel pellegrino, nel turista un gran sapore di amaro in bocca al teorico pensiero del principio della povertà e dell’umiltà religiosa, sacerdotale e cristiana che vede qui lo sfarzo, la grandezza, l’imponenza di palazzi papali che, seppur sottoposti alla cosiddetta cattività, dimostrano di non aver assolutamente badato a spese per la loro principesca permanenza sulle ridenti sponde del Rodano dal 1309 al 1377.
Un cartello toponomastico mi fa sovvenire il piacevolissimo ricordo di Pont du Gard, cerco di raggiungere una straordinaria invenzione degli antenati der Pupone Totti che costruirono oltre duemila anni fa un acquedotto di una maestosità impressionante, tutt’ora perfettamente curato, veramente una genialata ingegneristica ed architettonica che dovrebbe far contorcere le budella ai progettisti del Ponte Morandi …
Tento due accostamenti al ciglio stradale, vengo immediatamente segnalato da teoriche videocamere che hanno il solo scopo di costringere al pagamento della gabella del parcheggio e qui scatta lo psicodramma: infastidito e stizzito dall’imposizione logistica non gradita, mi inerpico su sentierini poco battuti, tra sterpi e rovi, perdendo il mio innato senso dell’orientamento, forse a causa dei troppi improperi dedicati ai custodi.
Girovago senza punti di riferimento sotto il classico sole bastardo di metà pomeriggio del primo agosto, prima di arrivare al punto di massima visibilità fotografica, che sarebbe stato raggiungibile grazie a non più di trecento metri pianeggianti ed asfaltati al fianco dell’ingresso principale, preferisco non aggiungere altro e introitare immagini meravigliose che vanno a depositarsi nella mia memoria cranica, oltre che in quella del fedelissimo Motorola.
Evitando di canticchiare la filastrocca con il ritornello sul ponte di Avignone, che ha mandato in bestia generazioni di studenti, mi dirigo verso sud, cercando l’accompagnamento musicale migliore su Spotify, ma devo ammettere candidamente con la compilation “brani da cantare in macchina” proposta dai geni che hanno inventato questa app e stravolto la fruizione di milioni di composizioni musicali mi delude moltissimo, anche perché sono su due ruote, ed allora tralascio anche odiatissime storture hard rock, heavy metal e reppettari vari per tornare ai classici Whitney Houston, Celine Dion, Mariah Carey, Sade, Enya, Michael Bolton, Leona Lewis, Tony Braxton che hanno sempre il loro validissimo perché.
Arrivare a Tolosa di notte dona il vantaggio di ammirare una vita serale molto vivace, lungo la Garonna si estendono e protendono tre ponti illuminati che donano una splendida atmosfera, contraddistinta da giovani sereni e tranquilli nel loro girovagare anche solo alla ricerca di un dialogo, di una camminata, di un incontro, tra le luci di un centro storico sicuramente molto apprezzato ed apprezzabile.
Della Francia si ricordano le ostriche, il fois gras, le omelette, le quiche, i vol au vent ma personalmente l’unica cosa per la quale ringrazierei ‘sti mangiarane sono i pain au chocolat ed allora non mi esimo da una doppia razione mattutina, che mi dona forza ed energia per riprendere il cammino, o meglio il moto perpetuo che mi porta, dopo la necessaria visita alla Basilica di San Sirmin, considerata la più bella chiesa romanica d’Oltralpe, a voler effettuare la seconda chicane non a copione che mi porta a propendere per una tappa a Lourdes.
L’uscita dall’autoroute è già tutto un programma, in quanto i primi due cartelli indicano il cimitero e il crematorio, faccio finta di nulla, dopo un rapido sfioramento degli zebedei raggiungo uno dei centri mondiali della cristianità e qui veramente scatta la delusione più assoluta e disarmante: volevo sinceramente toccare con mano l’aspetto spirituale e umanamente profondo di tanta fede, credenza e speranza, riflettere sulla sofferenza ed il dolore di tantissima gente, aggrappata ad una speranza molto più che probabilmente irrealizzabile, ma il tutto è trasformato in un enorme bazar di pessimo ed infimo livello ed anche l’encomiabile impegno di volontari ed infermieri accompagnatori di malati e disabili viene in qualche modo annichilito dalla presenza dei mercanti nel tempio, che dovrebbero essere cacciati come insegnato dal Vangelo.
Non voglio fare il moralista o il perenne critico pessimista ma ritengo che il business commerciale, soprattutto di orrida paccottiglia perfino profana, dovrebbe aver più rispetto ed attenzione al vero spirito che spinge milioni di persone a raggiungere un desolato paese ai piedi dei Pirenei, attratti dalla visione, dalla speranza, dall’illusione di poter fruire di un segnale, se non divino almeno profondamente interiore ed intimistico, a seguito delle apparizioni sacre avvenute nel 1858 alla pastorella Bernadette Soubirous.
Ovviamente le riflessioni personali e le meditazioni interiori continuano nel proseguimento del percorso che nel volgere di altre tre ore mi vede raggiungere Bayonne, uno strepitoso paese attraversato da diversi corsi d’acqua dolce e salata, ove svetta la Cattedrale, i cui lavori di costruzione risalgono addirittura al 1213, per esser poi circondata da un reticolo di meravigliose viette, vicoli e stradine quanto mai fotografabili.
Ci sono dei luoghi che nell’ immaginario collettivo evocano meravigliosi sogni e favolose aspettative, personalmente Biarritz era un traguardo che avrei sempre voluto raggiungere, ipotizzando un lusso, un’eleganza, una raffinatezza stile Belle Époque, a conti fatti passerà ai miei occhi come una città sull’Oceano Atlantico con due spiaggioni immensi, punteggiati da capanne di tende a strisce multicolori ed un tramonto direzione America che mi ha garantito e riservato attimi struggenti e sensazioni di estrema serenità.
Incredibile ma vero riesco a ritagliare ed incastrare nel mio plan d’action un paio d’ore di meritatissimo ed apprezzatissimo relax sul bagnasciuga di fronte al Casino, probabilmente il simbolo più tangibile dello charme locale, viste le mie sveglie mattutine riesco a godere il momento del silenzio, del moto delle onde, del garrito dei gabbiani, prima dell’invasione dei barbari turisti alla ricerca spasmodica di un posto al sole.
Lascio anche Biarritz percorrendo un tratto di costa molto suggestiva per addentrarmi nella regione dei paesi baschi francesi e qui cambia completamente la solfa, trattasi infatti di piccoli villaggi contadini come Espelette, Ainhoa, Sare ove regna una pace ed una tranquillità praticamente irreale, molto simili al concetto alsaziano delle casette con graticci di legno sulle facciate, circondate da verdissime vallate e dolci declivi erbosi, punteggiati di mandrie di bovini e campi di girasoli, purtroppo quasi tutti sulla via del rinsecchimento.
Mediamente dieci ore al giorno a cavallo di una due ruote, oltre a temprarti al sacrificio, alla tenacia, alla resistenza ti permettono di pensare, riflettere, cogitare, meditare ed il primo risultato ottenuto è un plauso incondizionato, perenne e perpetuo a colui che inventò il navigatore satellitare, dopo il Premio Nobel donato dall’umanità al Dottor Pemberton, geniale creatore dell’indispensabile bibita con tante bollicine che ti sfrizzola nel naso, credo che lui o lei abbiano un posto di rilievo eterno nell’olimpo dei benefattori, soprattutto quando ti ritrovi nei paesi baschi, al cospetto di una lingua ostrogota e a una scrittura al pari dei grafiti camuni.
Fare colazione nella piazza di Hondarrabia penso non abbia facili paragoni, in un contesto tassativamente pedonale, meravigliosamente silenzioso, tra abitazioni stile favola fanciullesca ed una basilica dal mai precedentemente visto pavimento in essenza d’albero, sinonimo per non ripetere nella stessa frase lo stesso vocabolo.
San Sebastian è realmente piacevole, a parte un ecomostro che fa da auditorium e che qualcuno potrà anche definire opera di massima architettura contemporanea, vorrei capirne il significato tenendo presente che la colata di cemento, vetri e metalli è con le fondamenta nella sabbia della principale spiaggia cittadina.
La parte vecchia è veramente piacevolmente visitabile, tra vie chiamate calli, piazze e stradoni simili alle ramblas di barcellonesca memoria, l’atmosfera generale accoglie il viaggiatore viandante con estrema giovialità e naturalezza, idioma linguistico a parte.
Decido di risalire la collina dominante la città, anche per evitare un serpentone di turisti in attesa della funivia difficilmente quantificabile ed ammetto senza remore di aver apprezzato moltissimo il belvedere che si apre su tutta la costa, disseminata di anse ed isolette che, con un po’ tanta fantasia, potrebbe permettere un collegamento cerebrale con la mitica Rio, le spiagge di non saranno Copacabana ed Ipanema ma il colpo di pupilla è veramente notevole.
Non esiste confine e dogana per il passaggio territoriale in area spagnola, o per molto meglio dire basca, si comprende di aver cambiato nazione solamente grazie agli incomprensibili cartelli viabilistici ed allo sconto di oltre 50 centesimi al litro per il fondamentale carburante che da propulsione allo straordinario scooterone, segnante già oltre 1500 km dopo neanche tre giorni di sbranamento del manto stradale.
Oggi ho percorso quasi più passi a piedi, oltre 24.000 che chilometri, non più di 200 con graditissima tappa sulla sterminata battigia di Zarautz nella incantevole Getaria, vera chicca di pescatori quanto mai pittoresca e devo sottolineare che ne è valsa la pena, i paesi baschi mi stanno piacendo molto, dai più piccoli agglomerati campagnoli alle metropoli più altisonanti ogni angolo e scorcio appare pulito, organizzato, ordinato con anche un maniacale e perfino fastidioso rispetto del codice stradale, l’Italia al confronto sembra appartenere ad un’altra galassia.
Bilbao mi è piaciuta tanto, il suo biglietto da visita è il San Mamete, un galattico stadio che sembra essere una navicella spaziale precipitata da un altro pianeta mentre noi, grazie ad un sindaco coglione e ad una banda di stronzi ecologisti, siamo ancora a discutere dopo dieci anni sul progetto per la nuova Scala del calcio mondiale, ovviamente dedicata alle gesta della sola ed unica squadra meritevole di citazione, il ponte Zubizuri disegnato da quel grande genio di Calatrava è un insieme di tiranti di acciaio pennellati di bianco abbagliante mentre il non plus ultra è il Guggenheim Museum, uscito dall’ impareggiabile matita di Frank O. Gehry, inaugurato nel 1997 ma a distanza di 30 anni ancora straordinariamente avveniristico e futuristico, non so più da che prospettiva fotografarlo visto il repentino cambiamento cangiante delle lastre di titanio che lo ricoprono in tutti i suoi lati asimmetrici ed allora mi faccio attirare dal Casco Vejo, la parte antica e più caratteristica della capitale di questa splendida regione, del tutto a se stante rispetto all’immaginario iberico.
Girare per le città di primo mattino ha un fascino indescrivibile, si possono osservare dettagli e particolari che la fretta, il movimento, il traffico ostacolano nel corso della giornata, Bilbao prima delle nove ne è l’esempio più eclatante, torno sui miei passi, rivedo in perfetta solitudine il ponte, percorro tutto il perimetro del museo, scopro un centro commerciale disegnato niente po’ po’ di meno che da Philippe Starck, immortalo ancora qualche inquadratura e lascio la metropoli basca con una grande sensazione di soddisfazione, approvazione, gradimento per quello che fino a qualche anno fa era considerato solamente un polo industriale e meccanico mentre ora sta sviluppando, direi proprio al meglio, la sua anima artistica, culturale, architettonica, turistica.
L’autopista verso oriente, ebbene sì ho iniziato ahimé e purtroppo il percorso di rientro, muta come il cambio di pelle di una lucertola al sole, passando da panorami con un aspetto di conifera dolomitica a fitti boschi paragonabili all’appennino tosco-emiliano, per poi trasformarsi definitivamente in un’immensa pianura padana coltivata a perdita d’occhio.
L’uniformità è una bella cosa, l’equilibrio è molto importante, la coerenza un parametro basilare ma a volte bisogna fare capo anche a degli alti e bassi ed ecco pertanto una prima sottolineatura con la penna rossa, il primo giudizio negativo, il primo luogo in cui non ritornare e personalmente, del tutto soggettivamente, da non consigliare: Pamplona non merita una sosta, una tappa, una deviazione, una visita, chiunque penso sia a conoscenza della mia passione fotografica, talvolta anche noiosa e pesante per i miei compagni di sventura , ma se il soggetto narrante afferma sotto giuramento di non esser riuscito a scattare più di dodici fermo immagine capite bene, miei adorati ed affezionati lettori, perché sono ripartito meno di un’ora dopo l’arrivo in una realtà universalmente conosciuta solo, ed evidenzio ora, esclusivamente per la corsa dei tori a metà luglio nelle viuzze del centro storico, punto, assolutamente null’altro da riportare ai posteri.
Nella vita comunque può essere facilissimo passare dalla più mera e nera delusione alla più luminosa ed indimenticabile delle soddisfazioni, il tutto in un battito di ciglia o meglio in sessanta chilometri percorsi nella giornata effettivamente più calda ed assolata: sfido chiunque, Ale Google Trips esclusa, a nominarmi Olete, una chicca strepitosa, una gemma preziosa, una sorpresa favolosa sulla strada per Saragozza: un castello incantato del 1400, perfettamente mantenuto fa da baluardo ad un paesino tutto pietra e muri antichi che mi invita, per non dire obbliga, ad una permanenza a dir poco godutissima, mi siedo sui tavolini della piazza lastricata in porfido, scrivo il mio adorato diario, con sottofondo del rintocco delle campane, assaporando finalmente i pitxos, variante locale delle tapas, cugini alla lontana dei cicchetti veneziani, ammettendo senza remore che queste tartine con formaggio locale stagionato e semi di melograno tanto quanto salmone con crema di ricotta saranno ricordati a lungo, così come questa splendida e tanto inaspettata sorpresa logistica e temporale.
Zaragoza è la tappa intermedia nel lungo pellegrinaggio verso sud, non seguirò le orme del cammino di Santiago ma anche il mio procedere ha il suo senso di impegno, dedizione, stanchezza e sacrificio, la città per vera verità non offre nulla di memorabile e trascendentale ma già che ci sono mi impegno un po’ per stilare una sorta di classifica delle priorità ed allora assolutamente la piazza del Pilar con la Basilica di Nostra Signora, ammirabile e vedibile praticamente da tutta la città vecchia, il ponte di pietra eretto nel 1400 e da quel di’ simbolo del borgo con i quattro leoni a guardia del passaggio, il palazzo Aljaferia insieme alla Mezquita di Cordoba ed all’Alhambra di Grenada una delle più importanti testimonianze dell’architettura musulmana in territorio europeo, il museo con una qualche di decina di Goya come se niente fosse.
Imbocco l’autovia Zaragoza Mediterraneo, capisco che la metà dell’avventura è stata doppiata stile passaggio di Capo Horn, il paesaggio è di un monotono pazzesco se escludiamo le centinaia o forse migliaia di pale eoliche che hanno anche un qualcosa di inquietante, unico brivido nonostante i 38 bollenti uno strano rumore al selettore del cambio del puledro purosangue Honda in occasione dell’ennesimo rifornimento, perdo venti anni di vita e non purtroppo dieci chili di peso, ma tutto in breve torna a girare come un orologio svizzero.
Trovo modo di modificare l’itinerario per seguire per una decina di chilometri fuori dalla A 2 un corso d’acqua che forma un laghetto con boschetto annesso, nulla di memorabile ma per articolazioni scheletriche e giunture motoristiche un quarto d’ora di stop può anche essere permesso ed accettato.
Dopo aver attraversato la regione basca, quella dell’Aragona, quella della Navarra, eccomi giungere in Catalogna e Lleida appare come un uovo di Pasqua nel senso che all’interno della città più inutile, banale, anonima fin qui visitata ecco la straordinaria sorpresa con la comparsa alla sommità della collina, stile Acropoli ateniese, di una rocca fortificata con all’interno l’antica cattedrale costruita nell’arco di più di 75 anni dai primi del 1200, unico neo, peccato e limite per la prima volta mi scontro con il break pomeridiano per la locale siesta, trovando tutto serrato con doppia mandata, e pertanto costretto ad un visione fotografica solo dall’esterno, comunque di ragguardevole impatto emotivo e visivo.
Discesone finale verso Barcellona, il grande traguardo di tappa è a portata di ultimo pieno di benzina, la circonvallazione cittadina infinita ed interminabile ma il premio è garantito, mi lascio trasportare dal motore, dal fato, dall’intuito e dall’istinto che mi permettono di visionare la Sagrada Famiglia con la luce più calda ed avvolgente, la zona del porto pullulante di vita gioiosa, una casa a caso di Gaudi e, dulcis in fundo, mi spaparazzo a cena sulla Barceloneta, una spiaggia dalla bellezza magnetica che alle nove e mezza di sera era piena come l’ingresso al Camp Nou.
Quando si sta bene il tempo vola, quando si sta benissimo si perde la cognizione spazio temporale ed ecco perché, ribadendo che tutto questo viaggio era basato sui non orari, non traguardi, non mete prestabilite, fissate ed obbligate, lo stare completamente spaparanzato sulla battigia barcellonese mi porta a non rispettare di ben dodici inaccettabili minuti il cronoprogramma che avevo teoricamente ipotizzato, cerco di farmene una ragione anche se mi sento in colpa con la coscienza, speriamo mi passi in fretta questa turbativa al benessere esistenziale.
Esco dalla capitale catalana, ove sono ancora presenti molti riferimenti all’autonomia ed all’indipendenza dal potere centrale madrileno, percorrendo una litoranea abbastanza monotona, spesso al fianco della linea ferrata ferroviaria, passando per luoghi che con fantasia illuminante finivano tutti con lo stesso suffisso: Premia de Mar, Villassar de Mar, Canet de Mar, Pineda de Mar, Malgrat de Mar per arrivare alla tanto decantata Lloret de Mar ove vige un divieto non scritto di ingresso ai maggiori di 18 anni: ci troviamo infatti nel bengodi europeo di teenagers non accompagnati che, nei pochi soggetti incontrati alle tre di pomeriggio, hanno le sembianze di zombie pallidissimi capaci a stento di reggersi in posizione eretta dopo chissà quali follie notturne, non mi fermo neanche un attimo, a parte che per i soliti innumerevoli interminabili semafori stradali ed invece apprezzo moltissimo la successiva Tossa de Mar, con un castello ed una ciudad vieja gradevoli, piacevoli, rimarchevoli di attenzione e plauso.
Il fiuto e l’istinto mi portano a non seguire il geolocalizzatore, prendendo una strada laterale alla via maestra che ben presto si rivela un paradiso per le due ruote, con manto stradale invitante, percorso impegnativo ma spettacolare, visioni oltre il ciglio della strada da cartolina, il tutto a mezza altezza sopra a scogliere, baie, anfratti, spiagge e chi più ne ha più ne metta, una alternativa indimenticabile per giungere, dopo trenta chilometri di estasi portentosa, alla distesa di rena sabbiosa di Palamos ( nulla di che, nota del redattore)…
Spesso le cose più difficili sono anche le più soddisfacenti da ottenere ed apprezzare ed ecco allora perché, dopo un percorso stradale a tratti perfino bastardo per il susseguirsi continuo di curve e contro curve, il raggiungere Cadaques, questa sì che voleva essere una tappa must to visit, mi riempie di intrinseco orgoglio, l’unica nuvola di fantozziana memoria incontrata in oltre 2500 chilometri rischia di rovinarmi il tutto, ma la fortuna aiuta gli audaci, i metodici, i determinati, coloro che non vogliono mollare mai, ed il premio è consistito in un tramonto da commozione, da suggestione, quasi da lacrima, nel più bel villaggio incontrato strada facendo, Baglioni non ti pago le royalties per la citazione, un mix straordinario tra il borgo di pescatori iberici, la chora di ellenica memoria e l’agglomerato abitativo sardo, un cocktail a dir poco vincente, seppur di nulla gradazione alcolica, infatti la coca gustata nel dehor del bar sul lungomare aveva un gusto a dir poco “frizzante”.
La strada del ritorno è teoricamente tracciata, il dado è sostanzialmente tratto, i giochi praticamente fatti, non resta che entrare nell’ ordine di idee che come tutte le favole anche questa debba essere portata a termine , sperando nell’ ipotizzato lieto fine.
La strada è ondulata e gradevole, il tempo straordinario, dopo l’acquazzone comunque evitato di ieri il cielo è limpidissimo, aria gradevolissima ed i paesini incontrati grazie al colpo d’occhio a destra e manca, che non evita mai di porre la più vigile ed attenta attenzione a tutto ciò che mi circonda, riempiono il proseguio di splendide immagini paesaggistiche ed ambientali a cavallo del confine Iberico transalpino.
Béziers è l’ultima tappa, mi concedo il lusso di un intero appartamento su tre piani a mia completa disposizione, vado a nanna prima del calare delle tenebre e mi preparo al tappone finale verso l’obiettivo finale, la sveglia è evitata perché un po’ di apprensione ed emozione non mi fa dormire sonni tranquilli, l’uscire dalla città, forse perché ancora annebbiato dai fumi del sonno non è un’impresa facilissima, ma tutto è bene ciò che finisce bene ed allora prima delle cinque sono già in direzione amata Italia, arrivato ad Aix e n Provence decido ultima chicane che mi porta fino a Gap, ove l’autostrada di interrompe, a mia totale insaputa, costringendomi a fare tutta strada statale fino al Monginevro, percorso spettacolare tra tornanti, laghetti alpini, boschi di alta montagna, che mi porta si ad aggiungere ulteriori indimenticabili visioni ma anche di protrarre di oltre tre ore una permanenza sul sellino del bolide che a fine giornata sarà riassunta in dodici giri delle lancette dei sessanta minuti.
E’ il momento dei ringraziamenti ed allora una menzione speciale all’Onnipotente Superiore che ci ha donato una terra ed una natura così meravigliosa, ai fantastici ingegneri con gli occhi a mandorla per aver progettato uno scooter così affidabile e maneggevole, ai creatori del fondamentale, basilare necessario più dell’ossigeno navigatore satellitare e, perché no a me stesso per essere riuscito, senza apparenti sforzi, in solitaria, dopo otto pernottamenti, diciannove rifornimenti, sessantaquattro moto incrociate e salutate, non so quanti caselli pagati, a portare a termine nel migliore dei modi un’esperienza indimenticabile che mi ha permesso di riscoprire la compagnia di Paolo Caprotti, tutto sommato una persona che ha un suo vero perché !!